
Shingas
Description
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Basato sulla vita di persone reali e su eventi storici realmente accaduti durante un periodo cruciale per la nascita degli Stati Uniti d'America, Shingas ripercorre gli eventi che alla fine decideranno la fine di un popolo e il destino di una nazione. Una narrazione asciutta ma avvincente che descrive minuziosamente quanto questi tempi turbolenti siano stati impattanti sulla vita degli inconsapevoli protagonisti. Tra panorami di imponenti catene montuose e foreste primordiali, la vicenda culmina nella Battaglia di Bushy Run, uno scontro storico poco noto al grande pubblico ma che si sarebbe rivelato decisivo quanto la Battaglia di Yorktown, diciotto anni dopo. Dopo sei anni di brutale conflitto, la guerra tra Francia e Inghilterra era finita e il Canada aveva un nuovo sovrano, Re Giorgio III. Ma per Shingas la lotta contro gli inglesi non era finita e, dopo aver assistito impotente al massacro dei suoi guerrieri da parte di una compagnia di giubbe rosse a Fort Detroit, arde dal desiderio di vendetta. Nel frattempo, a duecento miglia a est, in una fattoria isolata, Esther, una serva, accetta di sposare il figlio primogenito del padrone a fronte del suo riscatto, malgrado avesse già una relazione clandestina col suo secondo figlio. Ma Shingas, per vendicare la morte della moglie incinta da parte di una carovana di mercanti Inglesi, approfittando della breve assenza del proprietario della fattoria dell'Endicote e del suo figlio maggiore la attacca, uccide tutti e rapisce la ragazza, portandola con sé al villaggio. Lì Esther si adatta facilmente alla sua nuova vita, diventando amica di una vecchia squaw e di una ragazza Francese, anche lei rapita. Ma un giorno le cose cambiano drasticamente: Shingas la violenta mentre sta facendo il bagno al fiume, e nel suo cuore Esther medita di fuggire. Alla prima occasione lascia il campo Indiano insieme alla ragazza Francese, ma viene ben presto ripresa da Shingas e i suoi guerrieri, che la riportano al villaggio. Nove mesi dopo dà alla luce il figlio di Shingas, un bel maschietto. Nel frattempo gli Inglesi invadono sempre più le terre degli Indiani, e tra le tribù il malcontento cresce. Approfittando del clima di tensione, Shingas riesce a convincere la sua tribù ad attaccare i nemici, assalta un Forte Inglese, lo rade al suolo e massacra tutti. Con l'ordine di punire i responsabili della carneficina, il colonnello Bouquet parte con cinquecento uomini per una spedizione punitiva. Dopo una marcia estenuante nel cuore della foresta selvaggia, a Bushy Run, i guerrieri Irochesi e Shawnee e le giubbe rosse di Bouquet si danno battaglia. Gli Indiani vengono sconfitti e costretti a restituire tutti i civili bianchi che erano stati rapiti. Tra questi anche Esther e suo figlio, che vengono presi in custodia proprio da Bouquet. Esther si rassegna nuovamente la suo destino, convinta di tornare a fare la serva in fattoria, ignara del fatto che il suo promesso è stato ucciso proprio da uno dei guerrieri di Shingas. L'esercito e i civili liberati partono dunque alla volta del Forte, ma mentre sono accampati per la notte Shingas penetra nell'accampamento, deciso a riprendersi moglie e figlio. Che farà adesso? E quale sarà la decisione ultima di Esther, che darà finalmente il senso alla sua drammatica vita?
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CAPITOLO TRE
Erano in sette, tutti vestiti di luridi abiti di pelle di cervo affumicata con l'orlo di crine di cavallo. Un gruppo sporco e rozzo, con la barba malfatta e capelli lisci e lunghi fino alle spalle che sbucavano da cappelli di foggia eterogenea, alcuni di feltro e ricoperti di piume, altri di pelle di castoro o di lontra. Erano uomini cazzuti, a cui non fregava nulla di quanto fossero diversi l'uno dall'altro. Ciò che importava è che tutti odiassero il lavoro tanto quanto odiavano gli Indiani, e che fossero disposti a sopportare e a godere una vita dura ed estremamente mutevole.
Due settimane prima, cinque di loro avevano lasciato la città di frontiera di Albany, con i suoi moli affollati e le strade gremite da famiglie che arrivavano lì nella speranza di una nuova vita in quella terra selvaggia. Avevano risalito il fiume Mohawk prendendo un battello a noleggio riempiendolo di ogni tipo di merci, compreso barili da sei quarti di whisky grezzo, e un equipaggio di uomini avvezzi alle asperità del fiume. Un equipaggio rumoroso e canterino, finché lo sforzo richiesto per tirare su i pesanti remi non lo aveva sfinito. Erano passati davanti all'antica cittadina olandese di Schenectady, con le sue graziose case in legno e i bambini che salutavano dalla banchina. Poi, dopo aver superato la lunga ansa del fiume, avevano raggiunto Fort Hunter, che si ergeva coraggiosamente alla foce dello Schoharie. Passando a schiena curva sotto gli alti bastioni fecero un cenno di saluto alle sentinelle e infine raggiunsero Fort Herkimer, presso le pianure tedesche, dove finalmente avrebbero potuto mangiare un boccone e riposarsi per la notte.
All'alba erano di nuovo in viaggio e, dopo una infinita traversata controcorrente al confine col mare, finalmente raggiunsero Fort Stanwix, dove iniziava la navigazione fluviale. Qui, le merci vennero scaricate dal battello e riposte al sicuro entro le mura per la notte, insieme agli uomini meno resistenti che poterono farsi una buona cena e riposare in un letto. All'alba del giorno dopo il battello tornò indietro e le merci vennero caricate ad una ad una sul dorso di sedici cavalli da soma. Malgrado le vive rimostranze del capo carovana, i moschetti vennero confiscati dal comandante del forte, per il pericolo che le armi finissero in mano a gruppi di indiani rivoltosi, decisi a vendicarsi sui sudditi di Sua Maestà. Alla fine uscirono dalle mura della città e si diressero a ovest. A metà mattina avevano già perso due animali mentre guadavano Wood Creek, un torrente impetuoso e pieno di rapide costeggiato da olmi imponenti e querce secolari, e poi finalmente si infilarono nel fitto della foresta. Intorno a loro come una fortezza si stagliavano alti pini, i cui tronchi squamosi svettavano dritti verso il cielo. Ma conoscevano bene quella zona, e dopo altre venti miglia estenuanti raggiunsero la piccola fortezza di legno di Royal Blockhouse, la fine del loro viaggio. Situato all'estremità orientale del lago Oneida, il forte era stato abbandonato molti anni prima dai soldati. Il tetto che perdeva acqua e le mura fatiscenti erano ora la residenza di un vecchio vivandiere (approvvigionatore) e delle sue due mucche da latte, che si guadagnava da vivere commerciando con un villaggio di indiani Oneida sulla sponda opposta del lago. Ma non era lì che era destinata la carovana, con le sue merci preziose. Accanto al forte in rovina, che si affacciava direttamente sul lago, c'era un altro edificio a pianta rettangolare costruito in tronchi, con un tetto spiovente di scandole. Era di proprietà di Thomas Gann ed era grande quasi il doppio del forte, in grado di ospitare almeno una dozzina di persone. Non era stato per il nome regale che l'uomo lo aveva scelto, ma per la sua posizione strategica. In realtà era un uomo intelligente e lungimirante, che alla fine della guerra con i Francesi si era arricchito con il difficile commercio di pellicce. La rivalità tra i vari commercianti, infatti, era accesa e gli omicidi si sprecavano. Nonostante tutto si poteva diventar ricchi in un attimo, per chi ci sapeva fare, e Thomas Gann era proprio uno di quegli uomini, dotato della scaltrezza di un banchiere e la moralità del peggior bandito di feccia. Fu proprio grazie alla sua furbizia e alle sue dita avide che ora i sette uomini e il loro carico si stavano avventurando nel cuore della valle dei Genesee, la patria dei Seneca.
Viaggiarono per tre giorni in quella foresta selvaggia, tra giganteschi mura di cortecce squamose, fitti cespugli e paludi di pini, avvolti nell'oscurità e nei muschi, malgrado nel cielo ardesse un acceso sole di giugno. Di esso si percepiva solo il tremendo calore, che penetrava la boscaglia dove, tra pini, abeti rossi e aceri, aleggiava per l'aria come una nebbia invisibile, densa del forte odore di resina e di foglie in decomposizione. Nell'eterna lotta tra notte e giorno, finalmente emersero dalle viscere della foresta e procedettero verso le sponde di uno stretto lago, che brillava al sole del pomeriggio come se fosse ricoperto di milioni di monete d'oro. Dai loro volti non rasati e lo sguardo spento dei cavalli si capiva che erano tutti allo stremo delle forze; così, quando raggiunsero le rive del fiume e il capo carovana, un uomo di nome Quinty Soule, ordinò di accamparsi, la brigata si lasciò andare a un grido di sollievo. Nel lago, il cui orizzonte pareva fondere cielo e acqua, si specchiavano catene di colline boscose. Ma l'avanzare della foresta era tenuta a freno da una stretta radura, fiancheggiata da betulle bianche e ontani.
Flute, un uomo basso e robusto sulla quarantina con la pelle rubizza come quella di un pingue locandiere, slegò uno dei sacchi dai cavalli rovesciando a terra tegami e padelle annerite dal fuoco. Non era un cuoco provetto ma gli piaceva cucinare, e quindi fu chiaro per tutti che quello sarebbe stato per sempre il suo compito. Gli altri erano troppo pigri per cucinarsi da sé, e accettavano senza fiatare qualche attacco di diarrea pur di essere sollevati da quel compito. Mentre Flute si dava da fare col cibo e gli altri erano impegnati a scaricare i sacchi dai cavalli Blessing, un uomo imponente con gambe corte e tozze, insieme a Linnet, un giovane alto e magro con il viso segnato dal vaiolo e lunghi capelli arruffati, si diressero nella boscaglia in cerca di legna da ardere. Finito di liberare i cavalli della merce, il loro guardiano, Doublejohn, li prese per le redini e li legò a una corda tesa tra due betulle per sistemarli per la notte. Poi li nutrì, attingendo della biada da un sacco di iuta tirato fuori dal mucchio. Stava calando la sera quando finalmente Blessing e Linnet tornarono, carichi di legna da ardere. Armeggiarono un po' coi loro acciarini e presto riuscirono ad accendere un bel fuoco, attirando dozzine di falene che cadevano bruciate ai loro piedi. L'ultimo ad arrivare fu McCallum, un uomo robusto con spalle strette e un berretto scozzese calcato sulle orecchie, in omaggio alle sue origini. Posò a terra il fagotto di pelle che portava sotto il braccio e, leccandosi avidamente le labbra, ne tirò fuori la cena, un bel cosciotto di cervo. Lo infilzò con cura sugli spiedi di ferro arrugginito che portava sempre con sé proprio a tale scopo, appoggiò il tutto sui rami esterni del falò e Flute lo unse per bene di grasso in gelatina. Attirati dal profumino invitante del cosciotto che arrostiva sulle fiamme, gli altri uomini si avvicinarono al fuoco e restarono a guardare come ipnotizzati quello spettacolo meraviglioso. Concentrati com'erano sul cosciotto, nessuno dei sette uomini si accorse che altri occhi li stavano guardando.
Grazie alla pelle scura come la terra, i quattro guerrieri Seneca riuscivano a essere quasi invisibili nella boscaglia. Tranne che per il perizoma e i gambali di pelle che gli arrivavano alle cosce, erano completamente nudi. Un lungo ciuffo spiccava sulla loro testa rasata. Ognuno portava a tracolla un moschetto. Era da tutto il giorno che controllavano i movimenti della carovana, fin dal primo istante in cui l'avevano vista addentrarsi nei loro territori di caccia.
"Sono solo commercianti Yengeese (inglesi). Parleremo con loro."
Chi aveva sussurrato quelle parole si chiamava Pahotan, ed era il capo del gruppo. Non aveva bisogno di imporsi, la sua parola era legge. Gli altri guerrieri, tutti giovani, rimasero in silenzio. Senza aggiungere altro Pahotan fece un cenno a uno dei guerrieri e, insieme, si allontanarono tra i cespugli.
Doublejohn fu il primo a vederli. Dopo cena, aveva portato gli ultimi due cavalli al lago per lavargli le zampe, e per farli bere. Tutti gli animali si erano feriti coi cespugli spinosi del sottobosco, mentre si inoltravano nella foresta, e l'uomo sapeva bene che anche un taglio superficiale non pulito avrebbe attirato sciami di mosche nel giro di qualche ora. L'ultima a essere lavata fu la giovane e bizzosa cavalla, che si misurò con lui a orecchie tese. Ma l'uomo riuscì presto a tranquillizzarla parlandole a bassa voce all'orecchio con voce dolce e pacata. Dopo averle pulito l'ultima traccia di sangue sulle zampe, Doublejohn la riportò lentamente al suo posto sotto gli alberi. E fu allora che li vide. Anche se in faccia non avevano pitture di guerra, i due Indiani apparivano comunque una minaccia. Senza perdere il controllo, l'uomo chiamò gli altri a voce bassa, con puro accento Scozzese.
"Ehi ragazzi, abbiamo visite."
Rapidamente, gli uomini seduti intorno al fuoco schizzarono in piedi e corsero a prendere le armi. Poi si voltarono verso gli Indiani per fronteggiare il pericolo.
"Buoni, ragazzi, non credo abbiano cattive intenzioni." esclamò Soule, deponendo il moschetto e iniziando a camminare verso i selvaggi, immobili e a distanza di sicurezza tra la foresta e l'accampamento. In...
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