La Marcia su Roma

Scritti e discorsi degli anni 1921-1922
 
 
MLE Storia (Verlag)
  • 1. Auflage
  • |
  • erschienen am 5. April 2020
  • |
  • 184 Seiten
 
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978-3-96799-513-8 (ISBN)
 
In questa raccolta vengono presentati articoli scritti sul 'Popolo d'Italia' da Benito Mussolini e altri discorsi e scritti tra il 1921 e 1922.La retorica e la propaganda del fondatore e capo del fascismo direttamente dalla sua penna.

Benito Amilcare Andrea Mussolini, noto anche con il solo appellativo di Duce (Dovia di Predappio, 29 luglio 1883 Giulino, 28 aprile 1945), è stato un politico, militare, giornalista e dittatore italiano.Fondatore del fascismo, fu presidente del Consiglio del Regno d'Italia dal 31 ottobre 1922 al 25 luglio 1943. Nel gennaio 1925 assunse de facto poteri dittatoriali e dal dicembre dello stesso anno acquisì il titolo di capo del governo primo ministro segretario di Stato. Dopo la guerra d'Etiopia, aggiunse al titolo di duce quello di 'Fondatore dell'Impero' e divenne Primo Maresciallo dell'Impero il 30 marzo 1938. Fu capo della Repubblica Sociale Italiana dal settembre 1943 al 27 aprile 1945.Esponente di spicco del Partito Socialista Italiano, fu nominato direttore del quotidiano di partito Avanti! nel 1912. Convinto anti-interventista negli anni della guerra italo-turca e in quelli precedenti la prima guerra mondiale, nel 1914 cambiò opinione, dichiarandosi a favore dell'intervento in guerra. Trovatosi in netto contrasto con la linea del partito, si dimise dalla direzione dell'Avanti! e fondò Il Popolo d'Italia, schierato su posizioni interventiste, venendo quindi espulso dal partito socialista. Nell'immediato dopoguerra, cavalcando lo scontento per la 'vittoria mutilata', fondò i Fasci italiani di combattimento (1919), poi divenuti Partito Nazionale Fascista nel 1921, e si presentò al Paese con un programma politico nazionalista e radicale.Nel contesto di forte instabilità politica e sociale successivo alla Grande Guerra, puntò alla presa del potere; forzando la mano alle istituzioni, con l'aiuto di atti di squadrismo e d'intimidazione politica che culminarono il 28 ottobre 1922 con la marcia su Roma, Mussolini ottenne l'incarico di costituire il Governo (30 ottobre). Dopo il contestato successo alle elezioni politiche del 1924, instaurò nel gennaio 1925 la dittatura, risolvendo con forza la delicata situazione venutasi a creare dopo l'assassinio di Giacomo Matteotti. Negli anni successivi consolidò il regime, affermando la supremazia del potere esecutivo, trasformando il sistema amministrativo e inquadrando le masse nelle organizzazioni di partito.Nel 1935, Mussolini decise di occupare l'Etiopia, provocando l'isolamento internazionale dell'Italia. Appoggiò quindi i franchisti nella guerra civile spagnola e si avvicinò alla Germania nazionalsocialista di Adolf Hitler, con il quale stabilì un legame che culminò con il Patto d'Acciaio nel 1939. È in questo periodo che furono approvate in Italia le leggi razziali.Nel 1940, ritenendo ormai prossima la vittoria della Germania, decise per l'ingresso dell'Italia nella seconda guerra mondiale. In seguito alle disfatte subite dalle Forze Armate italiane e alla messa in minoranza durante il Gran Consiglio del Fascismo (ordine del giorno Grandi del 24 luglio 1943), fu arrestato per ordine del Re (25 luglio) e successivamente tradotto a Campo Imperatore. Liberato dai tedeschi, e ormai in balia delle decisioni di Hitler, instaurò nell'Italia settentrionale la Repubblica Sociale Italiana. In seguito alla definitiva sconfitta delle forze italotedesche, abbandonò Milano la sera del 25 aprile 1945, dopo aver invano cercato di trattare la resa. Il tentativo di fuga si concluse il 27 aprile con la cattura da parte dei partigiani a Dongo, sul lago di Como.
  • 1,78 MB
978-3-96799-513-8 (9783967995138)

IL PRIMO DISCORSO ALLA CAMERA DEI DEPUTATI


(Segni di attenzione). Non mi dispiace, onorevoli colleghi, di iniziare il mio discorso da quei banchi dell'estrema destra, dove, nei tempi in cui lo spaccio della bestia trionfante aveva le sue porte spalancate ed un commercio avviatissimo, nessuno osava più sedere.

Vi dichiaro subito, con quel sovrano disprezzo che ho di tutti i nominalismi, che sosterrò nel mio discorso tesi reazionarie.

Sarà quindi il mio un discorso non so quanto parlamentare nella forma, ma nettamente antidemocratico e antisocialista nella sostanza (approvazioni all'estrema destra); e quando dico antisocialista, intendo dire anche antigiolittiano (ilarità), perché non mai come in questi giorni fu assidua la corrispondenza d'amorosi sensi tra l'onorevole Giolitti e il Gruppo parlamentare socialista. Oso dire che fra di essi esiste il broncio effimero degli innamorati, non già l'irreconciliabilità irreparabile dei nemici.

Ciò non ostante ho la immodestia di affermare che il mio discorso può essere ascoltato con qualche utilità da tutti i settori della Camera. In primo luogo dal Governo, il quale si renderà conto del nostro atteggiamento verso di lui; in secondo luogo dai socialisti, i quali, dopo sette anni di fortunose vicende, vedono innanzi a sé, nell'atteggiamento orgoglioso dell'eretico, l'uomo che essi espulsero dalla loro chiesa ortodossa. D'altra parte essi mi ascolteranno perché, avendo io tenuto nel pugno le vicende del loro movimento per due anni, forse nel loro cuore sono anche delle segrete nostalgie. (Commenti).

Potrò essere ascoltato con interesse anche dai popolari e da tutti gli altri gruppi e partiti. Infine, poiché io mi riprometto di precisare alcune posizioni politiche, e oserei dire storiche, di quel movimento così complesso e così forte che si chiama fascismo, può darsi che il mio discorso provochi conseguenze politiche degne di qualche rilievo.

Vi prego di non interrompermi, perché io non interromperò mai nessuno; e aggiungo fin da questo momento che farò un uso assai parco in questo ambiente della mia libertà di parola.

E vengo all'argomento.

Nel discorso della Corona, voi, onorevole Giolitti, avete fatto dire al sovrano che la barriera alpina è tutta in nostro potere. Io vi contesto l'esattezza geografica e politica di questa affermazione. A pochi chilometri da Milano, noi non abbiamo ancora, a difesa di tutta la Lombardia e di tutta la valle del Po, la barriera alpina. Tocco un tasto molto delicato; ma d'altra parte in questa Camera e fuori tutti sanno che nel Canton Ticino, che si sta tedeschizzando e imbastardendo, affiora un movimento di avanguardie nazionali, che io segnalo e che noi fascisti seguiamo con viva simpatia.

Che cosa fa il Governo presente per difendere la barriera alpina al Brennero e al Nevoso? La politica seguita da questo Governo, per ciò che riguarda l'Alto Adige, è quanto di più lacrimevole si possa immaginare.

L'onorevole Credaro avrà i numeri per governare un asilo infantile (ilarità), ma io nego recisamente che abbia le qualità necessarie e sufficienti per governare una regione mistilingue dove il contrasto delle razze è antico e acerbissimo.

Altro responsabile della situazione difficile che gli italiani hanno nell'Alto Adige è il signor Salata. Egli ha regalato il collegio di Gorizia agli sloveni e ha regalato quattro deputati tedeschi alla Camera italiana.

Del resto, l'onorevole Credaro appartiene a quella categoria di personaggi, più o meno rispettabili, che sono schiavi dei cosiddetti immortali principi, i quali consistono nel ritenere che ci sia un solo Governo buono in questo mondo, che esso sia applicabile a tutti i popoli, in tutti i tempi, in tutte le parti del mondo.

Mi permetto di esporre alla Camera i risultati di una mia inchiesta personale sulla situazione dell'Alto Adige.

Il movimento politico antitaliano nell'Alto Adige è monopolizzato dal Deutscher Verband, il quale è la emanazione dell'Andreas Hoferbund, che ha sede a Monaco, e che rivendica quale confine tedesco non già la stretta di Salorno, ma la Bern Clause o chiusa di Verona.

Ora il signor Credaro è responsabile della propaganda pangermanista nell'Alto Adige, perché ha avallato, prefazionandolo, un libro dove si dice che il confine naturale della Germania è ai piedi delle Alpi, verso la valle del Po.

Nei primi tempi, immediatamente dopo l'armistizio, della occupazione militare, il movimento italofobo non fu possibile, ma da quando per somma sventura sulla seggiola di governatore si pose l'onorevole Credaro, i rapporti cambiarono immediatamente; e alla sottomissione sorniona si sostituì l'insolente arroganza di gente che negava la disfatta austriaca e covava nell'animo le ardenti nostalgie degli Absburgo. La fiera campionaria fu voluta dalla Camera di commercio di Bolzano, nido di pangermanisti, con esclusione di ditte italiane, tanto vero che gli inviti furono fatti solo in lingua tedesca e durante il periodo della fiera una banda bavarese in costume suonò continuamente.

Vengo ai fatti del 24 aprile, quando una bomba fascista, giustamente collocata a scopo di rappresaglia e per la quale rivendico la mia parte di responsabilità morale (vive approvazioni, commenti), segnò il limite al di là del quale il fascismo non intende che vada l'elemento tedesco.

La manifestazione del 24 aprile nel Tirolo non era che una manifestazione simultanea al plebiscito che in quel giorno oltre il Brennero era stato indetto.

Perché, nell'Alto Adige, i pangermanisti ricorrono a questo sottile trucco: di far coincidere le stesse manifestazioni sotto veste diversa. Così quando oltre Brennero si fecero le cerimonie di lutto per la perdita dell'Alto Adige, di qua del Brennero si commemorò con altrettanta manifestazione il lutto per la morte dei caduti di guerra per l'Austria-Ungheria!

Del resto, quando i fascisti si presentarono a Bolzano, trovarono una polizia con tanto di elmo e fiocco; e quando furono arrestati, l'istruttoria fu affidata al conte Breitemberg, il quale è notoriamente socio della Deutscher Verband.

Non vi voglio intrattenere sui casi di Mamelter perché formano un capitolo da romanzo; ma non posso rinunciare a citarvi un episodio curiosissimo.

Il commissario di Merano si reca al comune di Maia Alta, ed è ricevuto non già al municipio, ma in una stamberga nella quale si sono radunati il sindaco ed i consiglieri. Il commissario legge la formula del giuramento, il sindaco ed i consiglieri immediatamente si mettono a sedere, si coprono il capo e scoppiano in una grande risata. Il commissario non si è ancora rimesso dalla sorpresa che il sindaco, levatosi in piedi, con una valanga d'insulti lancia ingiurie al re, alla monarchia, all'Italia e al commissario. Questi ritorna a Merano e domanda a Trento lo scioglimento di quel Consiglio; ma interviene il Deutscher Verband presso il governatore. E Salata restituisce il rapporto scrivendo al commissario che non è bene fare dell'irredentismo. E la rappresentanza del Comune rimase quale era!

Da quando Credaro sgoverna nell'Alto Adige la bilinguità è totalmente scomparsa. Il Perathoner, che non è altro che un Pierantoni, rinnegato italiano diventato tedesco, si rifiuta di accettare la deposizione che egli stesso invita a fare sui fatti del 24 aprile, perché narrata e scritta in italiano. Sono piccoli episodi analitici, ma che danno il panorama della situazione.

A Malgré, l'italofobo Dorsi don Angelo, presidente del Circolo giovanile cattolico di San Stefano, fa cacciare da questo una decina di giovani perché hanno presentato a lui domande scritte in italiano, ed afferma che la lingua italiana non serve per i suoi uffici: l'italiano tenetevelo per voi! Ciò evidentemente è fatto allo scopo di alterare i documenti e di ritardare i pagamenti delle pensioni a coloro che ne hanno diritto. E a presidente della Corte di Appello di Trento, redenta, italiana, tra tutti i concorrenti si è scelto un tale che nel 1915 si dimise da magistrato per poter correre volontario, come Kaiserjäger, a servizio dell'Austria-Ungheria! Costui oggi amministra giustizia nel nome dell'Italia! (Commenti).

Credete che le comunicazioni postali e telegrafiche dell'Alto Adige siano in mani italiane? È un errore, è una illusione: il Deutscher Verband ha in mano tutte le comunicazioni e ne dispone a piacimento. Il 24 aprile, per quanto giorno festivo, i pangermanisti e i capi del movimento di Innsbruck erano informati minuto per minuto dello svolgersi dei fatti di Bolzano.

A Innsbruck, cinque minuti dopo l'incidente, si conosceva la portata di esso in tutti i suoi particolari, mentre venivano tagliate tutte le comunicazioni colle autorità civili e militari e per quasi ventiquattro ore isolate completamente da Trento e dal resto d'Italia.

Questa è la situazione.

Ma a questo punto io debbo chiamare in causa l'onorevole Luigi Luzzatti. Io l'ho già chiamato in causa sul mio giornale; ma siccome quest'uomo appartiene alla specie dei padri eterni più o meno venerabili e venerandi, non si è degnato ancora di rispondere. Ora io spero che, chiamandolo in causa alla tribuna parlamentare, si deciderà di rispondere ad un quesito, che gli pongo nella maniera più chiara e categorica.

Il...

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